L’Italia che affonda

4.30 - Il finanziamento delle università americane


Ritornando al settore dell’università americana - tema di questo paragrafo - il suo finanziamento complessivo (e non della sola R&S) comprende ovviamente anche il mantenimento delle strutture, dei servizi e di tutte le facilities per studenti e personale; e una cosa è il finanziamento delle università di ricerca, un’altra quella dell’intero sistema dell’educazione postsecondaria. Per quanto riguarda le “research universities” apprendiamo da un rapporto del 2008 del Council On Government Relations (l’associazione delle università di ricerca) che il 30% dei finanziamenti delle università non private proviene da commesse e contratti di ricerca pubblici e il 25% da finanziamenti non per ricerca federali, statali e locali; così il 55% delle risorse ha origine pubblica (vedi figura 90).
Poi una buona fetta del 16% è assicurata da tasse e contributi ed è quindi a carico degli studenti e un 14% concerne le “auxiliary enterprises” che di solito concernono tutte attività legate alle rette per alloggio, alle gare sportive, alla vendita di libri, gadget ed altro, e infine ai servizi mensa, che di solito non ricevono sussidi dall’esterno e che quindi non solo devono essere finanziariamente autonome, ma devono assicurare anche un profitto (con le dovute eccezioni, in quanto può essere ritenuto che questi siano aspetti strategici della missione di una particolare università e quindi essere sovvenzionate). Le donazioni e i finanziamenti privati sono solo il 7% delle entrate e sono possibili grazie al fatto che le università americane sono no profit e quindi permettono il meccanismo virtuoso della detrazione fiscale. Infine vi è un 8% di altre entrate che comprende tutto ciò che non è classificato nelle voci precedenti. Nel confronto con quelle pubbliche, le università private vedono la quasi assenza di finanziamenti federali, statali e locali (solo l’1%), l’aumento delle tasse degli studenti (23%) e delle iniziative collaterali (15%) e anche leggermente dei finanziamenti per ricerca pubblici (31%), mentre diventano assai più consistenti i finanziamenti privati che salgono al 23%. Insomma le università di ricerca americane (quelle al top che tanto invidiamo) sono per lo più pubblicamente finanziate e solo per una modesta quantità dai privati; ed anche è falso che si mantengono con le tasse degli studenti. E tale constatazione è tanto più importante quanto più si consideri il fatto che le 61 università americane che sono al top delle classifiche e del prestigio internazionale sono di solito quelle che attirano maggiormente gli investimenti privati e hanno le tasse studentesche più elevate. Inoltre, altra consistente differenza dal sistema italiano, le università private sono veramente tali e non “private con i soldi pubblici” come invece avviene da noi.
Per valutare i finanziamenti delle sole università non di ricerca purtroppo non disponiamo di una fonte. Il Digest of Education Statistics del 2009, a cura National Center for Education Statistics ci fornisce il dato per tutte le università che forniscono “degree”, cioè almeno la nostra laurea di primo livello, per cui esso comprende anche le università di ricerca. In questo caso i finanziamenti privati delle università pubbliche sono del tutto assenti, mentre ammontano solo al 9% in quelle private. Anche qui la maggior quantità dei fondi delle università pubbliche proviene dai vari governi (federale, statali e locali) col 41%, mentre nelle private questa entrata è molto minore con il 10%, anche perché in questo caso alle università viene riconosciuto un ruolo complessivo di formazione e di educazione che necessita il supporto pubblico. Inoltre in quelle private la fetta più importante delle entrate è rappresentata dalle tasse e contributi pagati dagli studenti (il 29%), che in quelle pubbliche è comunque anche consistente (il 14%) (vedi figura 91).
 

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Note e osservazioni


  1. Punti elenco Il pregiudizio del finanziamento prevalentemente privato delle università americane è ben evidenziato dal seguente passo tratto da I. Tinagli, Talento da svendere (Einaudi 2008, pp. 85-6): «Basta pensare che la maggior parte delle disponibilità economiche e finanziarie delle università vengono da donazioni private: gente più o meno ricca che elargisce somme anche molto generose per contribuire alla continua crescita del sapere e della ricerca. A guardar bene, la maggior parte di tutte le donazioni filantropiche elargite ogni anno negli Usa riguarda università e centri di ricerca di vari genere. E non bisogna credere che queste donazioni siano solo lasciti post mortem o elargizioni di giganti miliardari come Bill Gates, Michael Bromberg o David Rockefeller. Nel 2005, David Tepper, un operatore di hedge funds fino allora sconosciuto, ha donato 55 milioni di dollari alla business school dell’Università di Carnegie Mellon. La sua donazione non aveva certo i connotati di un lascito o di un’eredità: all’epoca David Tepper aveva quarantotto anni, sposato, con tre figli piccoli da crescere e ottima salute». Sulla base di un singolo caso, riguardante l’università e la School presso la quale la Tinagli insegnava, l’autrice generalizza a tutta l’università americana senza preoccuparsi di documentarsi minimamente sulle statistiche ufficiali o a leggersi qualche bilancio (si veda quello di Harvard nel quadro 4.31.1). E del resto nel suo libro i riferimenti generici a ricerche e statistiche, senza che siano con esattezza indicate le fonti, è assai praticato. Eppure la Tinagli è una delle opinioniste più accreditate in Italia su queste questioni. L’avere insegnato alla Carnegie Mellon e l’insegnare all’estero (oggi è docente alla Carlo III di Madrid) vale di certo a qualcosa nella provinciale Italia, abituata a disprezzare i propri ricercatori.

Quadro 4 - Miti e tristi realtà dell’università italiana