L’Italia che affonda

4.24 - Posizionamento delle università italiane nei diversi ranking


Non v’è dubbio che i contenuti informativi del ranking dello HEEACT e di altri del suo tipo dovrebbero essere assunti con cautela, in quanto bisognerebbe tener conto di quante università sono presenti in un paese (Hong Kong con le sue 5 università non può certo mettersi a confronto con gli Stati Uniti con 163, vista la dimensione dei rispettivi sistemi universitari!), di quanti ricercatori sono attivi in ciascuna università e così via. E senza dubbio più di qualcuno arriccerebbe il naso nel vedere certe presenze italiane a fronte di altre università escluse, che invece godono di ottima reputazione. Ma queste sono le regole del gioco: una volta accettati certi principi e criteri, bisogna poi saper andare sino in fondo, senza aggiustare i risultati secondo i propri desiderata. Ciò non toglie che si possano ulteriormente perfezionare tali metodi, ma non penso che sia più possibile scrollare le spalle e fare finta che il mondo non esiste.



Ma la cosa più interessante da constatare ai fini della valutazione interna del sistema universitario italiano è che, al di là degli spostamenti a cui ciascuna università è soggetta nei vari ranking, vi è tra essi una sostanziale convergenza nella individuazione di una trentina di università italiane che “entrano in classifica” (vedi figura 83) e che per questo aspetto possono essere considerate le migliori in Italia: se escludiamo quelle con una sola presenza (che può essere casuale o dovuta a particolari circostanze; ad es. è ovvio che la Bocconi entri nella classifica della IPCHEI) sono in tutto 31 università su 95 (vedi la figura 84). È già una bella scrematura e un buon inizio per creare un sistema di eccellenza, in quanto tale convergenza non può a questo punto non essere significativa ed è una base più ampia di quella scelta dalle università che si sono riunite nell’associazione Aquis.

Osserviamo, infine, come tutte le università italiane presenti nei ranking internazionali siano statali (ad eccezione della Cattolica di Milano). Nessuna delle “prestigiose” università private che sono sorte negli ultimi anni o sono preesistenti (come Bocconi, LUISS, IULM, San Raffaele et similia), e che stanno tanto a cuore dei sostenitori del privato, viene menzionata nei ranking internazionali tra le prime 500. Questa realtà viene anche confermata dalla recente classifica pubblicata da Virtual Italian Academy, una volta che sia depurata dagli istituti di ricerca (tipo CNR, Ist. Nazionale Tumori, San Raffaele ecc.) e vengano prese in considerazione le sole università (le uniche due private sono la Cattolica che occupa il 38° posto e la Bocconi al 40° posto) (v. il sito http://www.tisreports.com/products/4-Top_50_Italian_Institutes.aspx. E forse ciò è dovuto all’essere queste per lo più università “grandi firme”, con docenti e ricercatori rinomati, che hanno avuto una loro anche brillante carriera scientifica, ma ormai dediti più alla promozione della propria persona che della ricerca scientifica. Del resto questo risultato fa il paio con quanto emerge dal PISA dove le scuole statali hanno un rendimento di gran lunga migliore di quelle private e che da solo farebbe risalire la posizione degli studenti italiani di ben 10 posti (dal 35° al 25°).

 

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Note e osservazioni


  1. Punti elenco L’associazione AquisQuesta associazione dovrebbe comprendere gli atenei “che si distinguono per produttività, competitività e solidità finanziaria” e utilizza a tal fine parametri di carattere finanziario (assegni fissi dei personale/FFO effettivo minore del 90%) dimensionali (più di 15.000 studenti) e reputazione internazionale attestata dalla presenza in uno dei due ranking THEWUR e ARWU. Un fattore quest’ultimo a nostro avviso sottodimensionato, in quanto ben cinque dei 19 atenei autoproclamatisi “eccellenti” (i 12 “fondatori” e i 5 aggiuntisi successivamente) non figurano in nessuno dei ranking internazionali che abbiamo menzionato e non basta avere i conti a posto e la dimensione giusta per essere considerati atenei di “qualità”.

Quadro 4 - Miti e tristi realtà dell’università italiana